La strada di mattoni gialli

è passato un po’ di tempo da quando è stata posta "la domanda giusta". e quindi, come dorothy, o il leone codardo, o l’uomo di latta, o lo spaventapasseri, inizio a percorrere la strada verso oz. poi non so se troverò la strada di casa, il coraggio, il cuore o il cervello. ma, intanto cammino. e per capirci qualcosa, cammino dall’inizio. magari usciranno un sacco di cose che non mi serviranno, ma in mezzo, può saltarci su qualcosa s’interessante.

io, fino ai 10 anni sono stato uno scattista. spiego. ho iniziato a parlare a 6 mesi. da allora, ho smesso di rado. a 4 anni sapevo leggere. ho iniziato a scrivere poco dopo. autodidatta, coi cubi di gomma e le letterine magnetiche da attaccare al calorifero. a 5 anni ero alle elementari che sapevo già leggere e scrivere. ho mantenuto un certo distacco sui miei coetanei ancora per un po’. poi mi sono fermato, e mi han ripreso. molti sono andati avanti. col mio geniale amico G.F., da bambini, giocavamo a chi sapeva più cose. son quindici anni che non ci provo manco più: m’ha lasciato indietro al passato remoto del verbo cuocere, mentre lui dipinge a olio, recita, parla latino ed è laureato in matematica. comunque. sono sempre stato un bimbetto piuttosto solitario. crescendo, anche sul saputello. le due cose hanno finito per creare un circolo vizioso. gli altri bambini erano per strada a giocare, io in casa a leggere. più leggevo, più facevo il saputello, più mi pigliavano per il culo, più stavo in casa a leggere. e via così. un’infanzia consumata sull’enciclopedia de’ "i quindici". mia madre insisteva per farmi uscire. a calci. a volte neanche metaforicamente. mio papà navigava e lo vedevo due mesi all’anno. in casa comandava mia madre. classe di ferro 1933. una donna piuttosto dura e autoritaria. io sono arrivato tardi, e già era meno combattiva d’un tempo. voglio dire, a mia sorella, tredici anni più di me, è andata peggio. sia chiaro, non sono stato un bambino maltrattato. ma spberle ne ho prese più d’una. fatto sta che son cresciuto in mezzo a questo gineceo, col calendario fisso sugli anni 50. ovvio che non ho mai avuto la stoffa del condottiero. quando facevamo le bande, noi della via pal, contro quelli della via di là della ringhiera, io facevo sempre il gregario, piuttosto in basso nella scala gerarchica, che il sapere delle sequoie e parlare coi congiuntivi non era considerato elemento preferenziale. comunque, fare il capo non me n’è mai fregato più di tanto.
a rileggere i temini che facevo in seconda e terza elementare salta fuori un bambino che non mi ricordavo. ad esempio ho scoperto che mi pigliavano in giro perché ero grassottello. la cosa, a leggere quello che scrivevo, mi pesava alquanto. mia madre mi ha mandato a fare sport.
che sport suggeriresti ad un bimbo con difficoltà di socializzazione e, fondamentalmente, remissivo? ovviamente nuoto e tennis. l’apoteosi dell’autismo. se non vai veloce è solo colpa tua. se non vinci puoi incolpare solo i tuoi errori. che nel tennis, i giocatori s’incazzano e bestemmiano, ma contro sé stessi. cilici virtuali. perché era così che andava: indole arrendevole per nulla spronata al superamento del limite. solo grandi rifiniture tecniche, ma poco efficaci, se non hai cattiveria. per dire, giocavo anche a scacchi. mai coi bianchi. mai la prima mossa. un attendista. col controllo del centro della scacchiera. immobilizzare l’avversario, ci riuscivo benino. elaborare strategie d’attacco, manco morto. in pratica m’è troppo spesso mancata l’occasione per dirmi, da me, cazzo, son bravo. parentesi a parte le critiche, mica costruttive, del marito della sorella di mio padre, reduce di destra dai campi di concentramento nazisti. un uomo d’un pezzo. non dico di cosa. ma di lui, quello buonanima, ho già parlato, e, francamente, non c’ho più voglia.
ma nulla, nulla, nulla a confronto della mirabile educazione impartita dalle mai abbastanza amate suore di santa maria ad nives.

~ di G. su maggio 15, 2007.

Una Risposta to “La strada di mattoni gialli”

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