Morti per il lavoro

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sono di un paio di giorni fa le ultime supposizioni riguardo il movente che ha spinto giampiero ad uccidere le sue due sorelle, alsia e tersilia.
prendo tutto con le pinze perché dei giornali ci si può fidare ben poco. e mi sono anche girati un po’ i coglioni a leggere l’osceno articolo trasudante sadico voyeurismo di tal matteo indice. e mi domando come mai certi figuri facciano i cronisti intanto che pepina langue nel suo cottimo. ma non divaghiamo.
non già, dicevamo, il non sapere a chi lasciare in eredità l’albergo pigan, quanto l’intenzione della signora alsìa di venderlo. comunque sempre perché non sapevano a chi lasciarlo in eredità. e ormai alsìa aveva 84 anni… quale che sia il motivo reale, e penso che non lo scopripremo mai, l’importante è che in entrambi i casi leggo un denominatore comune: uccidere e uccidersi perché il proprio lavoro è diventato più importante della stessa vita. perché un luogo che dovrebbe fornire sostentamento è diventato fonte di orgoglio e investito di una quantità tale di significati da rendere priva di senso la vita senza di esso.
non è la prima volta che vedo questa cosa. e non dico nella vita, ma negli ultimi due mesi.
una persona che conoscevo molto bene, era titolare di un’azienda a conduzione familiare. una piccola ma importante realtà infilata in una striscia di terra assediata da mega-gruppi concorrenti. teneva botta, con qualche difficoltà. le “qualche difficoltà” sono cresciute fino a causare un sostanzioso indebitamento. si prospettava la liquidazione. a prendere il tutto con serenità, visto che cose del genere accadono piuttosto spesso, una soluzione si trova. alla mala parata, liquidi, saldi i debiti e ti riorganizzi la vita. a prendere la cosa con serenità.
ma fa il caso che quello non era solo “il lavoro”. era “la vita”. l’orgoglio. un altro figlio, da usare come fregio, come passaporto per la società. una certa società, fatta di auto potenti e di prestigio. quello che i giapponesi chiamano “avere faccia”. e la faccia non la puoi perdere. un’umiliazione troppo grande. così, come un samurai dei nostri tempi e delle nostre terre, si è ucciso. io l’avevo sentito appena un’ora prima. per lavoro. e non avevo sospettato nulla. ero al telefono con suo figlio più giovane intanto che lui si infilava il cappio al collo e si lasciava cadere. ovviamente non a casa. ma in ufficio.
la cosa mi ha lasciato scosso per diversi giorni. e, se ancora ne avessi avuto bisogno, mi ha ricordato che la nostra umanità, il nostro sentire, i nostri sentimenti, il nostro valore, non si devono identificare in ciò che facciamo per guadagnarci il pane. è solo lavoro. non dà prestigio averne uno “importante” e non ne toglie l’essere disoccupati. siamo più di quello che facciamo. poi, certo, cerchiamo di a) trovarlo, ‘sto lavoro e b) che magari ci piaccia anche e, se ci riusciamo, c) che ci doni agi e tranquillità economica. certo. ma, cacchio, da non cadere in quel gorgo perverso del “sono in quanto ho”.
ed ecco finito anche il pistolotto degno del peggior spielberg (dimmi che sono stato un buon uomo). quest’anno mancava. spero sia il primo e l’ultimo. voi, perdonatemi.

~ di G. su gennaio 18, 2008.

2 Risposte to “Morti per il lavoro”

  1. è una bella storia…intendiamoci…per un cronista è una bella notizia da raccontare…ma in fondo è una storiaccia. Io languo certo…nel mio cottimo e c’è gente meschina che invece sta seduta dietro una sedia perdendo il senso della realtà…aggi’ pacienza!!!

  2. sarebbe una bella e triste storia a raccontarla come si deve, mica “l’albergo dell’orrore: un viaggio nell’incubo” e puttanate così…
    mattù, imboccallupo! 🙂

I commenti sono chiusi.

 
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