19 marzo

oggi mio padre compirebbe 76 anni. era da tempo che volevo raccontare questa storia. oggi mi sembra il giorno giusto.
forse non andò proprio proprio così. forse qualcosa non è esatta. ma son passati davvero tanti anni. tipo ventisette. era da qualche parte intorno al millenovecentottanta, non ricordo il mese. avevo otto anni. mio padre era imbarcato sulla petroliera golfo di palermo e stava facendo rotta verso il golfo persico. allora non ne sapevo niente. poi ho scoperto che, in quel periodo, l’iran usciva devastato dalla rivoluzione khomeinista. e saddam hussein pensava di approfittarsene. a quanto pare non è mai stata una zona tranquilla quella ma, insomma, da lì a pensare che, una volta entrata nel porto di bassora, una nave italiana potesse essere accolta da sventagliate di mitra, beh, ecco, ce ne passa. è questa la notizia che era arrivata a casa. hanno sparato sulla nave che stava attraccando. ma niente paura. era solo una cosa così. più o meno come un matrimonio kosovaro, penso. fatto sta che l’iraq aveva affondato non so che nave iraniana nel golfo, e avevano, in quei giorni, iniziato a darsele di buona lena. la nave, mio padre e il resto dell’equipaggio, si son trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. da quel momento erano ufficialmente prigionieri. non potevano andarsene. potevano girare per strada, ma non lasciare il paese. soprattutto con la nave. non ho molti ricordi coerenti di quel periodo, lungo due anni, in cui mio padre rimase laggiù. so che tutto l’equipaggio fu rimpatriato a parte gli ufficiali, cioè lui e il comandante, e un marinaio somalo: issah. e so qualche altro racconto e impressioni assortite che, di tanto in tanto, mio padre ci raccontava in quel poco tempo che rimase, dopo. non so perché, ma la prima cosa che lo colpì era il fatto che costruissero le case senza conoscere l’uso del filo a piombo: in pratica non avevano un muro dritto e una finestra in asse a pagarle. la prima cosa che, invece, colpì me, era la descrizione del caldo assurdo. durante il giorno non potevano andare in coperta perché le lamiere surriscaldate facevano sciogliere la gomma delle suole. il cibo era un problema. l’iraq era in guerra, mio padre era un occidentale. suppongo che lo fregassero alla grande, al mercato, perché ogni tanto telefonava a casa e chiedeva ricette a mia madre per cercare di domare la carne di cammello. quella che gli rifilavano era assolutamente immangiabile. issah era affascinato dagli sforzi di mio padre. lo chiamava il “grande chimico” segno che, forse, qualcosa di decente riusciva a farlo. o sicuramente più decente di quello che mangiava di solito issah. non lo saprò mai. altra cosa che mi ricordo è un telegramma che mia madre gli mandò per san valentino. lui ha trelefonato subito dopo averlo ricevuto, per rinfrancare mia madre che credeva (anche a ragione, eh) in ansia. non pensava alla festa degli innamorati: ormai si era assuefatto alle festività musulmane, mica se lo ricordava del 14 febbraio. anche perché facevano 30 gradi all’ombra, a febbraio, e non sembrava febbraio. e anche il racconto di come, cinque volte al giorno, il mondo si fermasse e tutti, ma proprio tutti, si mettevano in ginocchio verso la mecca, a pregare. comunque. spesero un bel po’ di energie per cercare di ottenere la bandiera della croce rossa per poter uscire dal porto. che là fuori era minato (mine italiane, ovviamente) e, in ogni caso, gli iraniani erano pronti ad affondare qualsiasi cosa più grossa di un materassino gonfiabile trovassero fuori dal porto. ovviamente gli sforzi non ebbero alcun successo, nonostante avessero tessuto ogni sorta di rapporto pseudodiplomatico con ogni tipo di notabile o funzionario o chissà chi potesse avere un minimo d’autorità per poterli far tornare a casa. suppongo fossero agganci anche abbastanza in alto. non era molto contento di quelle frequentazioni, spesso ospiti a pranzo o cena sulla nave, che si scaccolavano naso e piedi a tavola, mentre mangiavano, e si incazzavano se non c’era vino. ma l’iraq è sempre stato uno stato laico, eh. io mi sarei anche divertito. ogni tanto, abbastanza spesso, a dire il vero, riusciva a chiamare. e, quando non poteva chiamare, mandava dei telegrammi. il problema coi telegrammi era che venivano scritti in italiano, sotto dettatura, da un addetto iracheno. ortografia incerta. di solito la firma, invece che “papi” era “pipa”, ma vabbeh, cavilli. le telefonate costavano un occhio. il rischio, però, quando andavano al phone center, era quello dei bombardamenti iraniani. in genere, prima di uscire per strada, controllavano l’orologio. che ore sono? le sei e mezza. aspetta, allora. e iniziavano i colpi in lontananza. pezzi che partivano. e poi le esplosioni per strada. pezzi che arrivavano. sempre sette. sempre alle sei e mezza. una specie di guerra psicologica, forse. fatto sta che in due anni, mai un minuto di ritardo, mai un colpo di più o uno di meno. il problema era che, vabbeh, sette, vabbeh, puntuali, ma mica sempre tutti nello stesso posto. per dire, un giorno leggemmo sul giornale che affondarono una nave italiana ancorata a bassora. era la nave sulla banchina di fianco a dov’era ormeggiata la sua. per una questione di pochi metri non sono rimasto orfano di padre tre anni in anticipo. perché poi, alla fine, riuscirono a tornare a casa. diedero la nave in riscatto. l’armatore la cedette ad un prezzo ridicolo, neanche il prezzo del metallo a peso. ma fu così che rimpatriò. stette a casa qualche mese. un po’ di più del solito. poi partì di nuovo su un’altra nave. piccina. rotta nel mediterraneo, portogallo e nord europa. sempre con una fastidiosa febbriciattola. ad amsterdam andò da un medico che gli diede due settimane di vita. invece, passò circa un anno. perché, i medici, mica hanno sempre ragione.

~ di G. su marzo 19, 2008.

5 Risposte to “19 marzo”

  1. .

  2. un abbraccio

  3. che storia… grazie che ce l’hai raccontata.

  4. Grazie di averci raccontato questa bellissima storia. Noi abbiamo citato una poesia molto intensa di Camillo Sbarbaro sul nostro blog, per festeggiare i papà. Forse ti piacerebbe leggerla, anche se le parole mai colmano assenze.
    Un abbraccio da tutte noi mamme nella rete.

  5. (Oh G. ciao – buon compleanno al babbo)

I commenti sono chiusi.

 
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