Shiatsu estremo (tùnz-tùnz-tùnz-tù-tù-tùnz…)

l’amica E. alludeva a cose vergognose di questa fine estate. è giunto il momento di fare outing.
un dì di inizio settembre, alla segreteria della mia shiatsociazione arriva una richiesta: servirebbe un operatore per fare trattamenti shiatsu ad una festa privata, su un veliero, durante la notte bianca. pagato. il grande vecchio della shiatsociazione mi chiama e chiede se sono disponibile. pagano. sono disponibile sì. eccheccazzo. dalle 2330 alle 0400. fiuto già il paglione: festa privata su veliero = carampane altolocate della genova bene. bìsnes! biglietti da visita distribuiti come coriandoli! clienti! ci sto! oièa.
contatto l’organizzazione dell’evento. società di roma. addirittura! bene. la ragazza incaricata di seguire il settore “area benessere” è gentilissima. mi spiega per bene le cose. mi chiede la taglia dei vestiti, per la divisa. divisa? sì, casacca e pantaloni. ah. beh, per la casacca occhèi, ma i pantaloni preferisco i miei, sai a far shiatsu se non hai i pantaloni con le cuciture a rombo, ti si strappano subito. tra l’altro, i tatami sono già lì o mi devo portare il mio? no, no, tranquillo, c’è il lettino. … lettino? mh… cazzo…
passano i giorni. la curiosità ammazza il gatto, come dicono alla periferia di londra. e spulcio internet. gùgol. la verità appare in tutto il suo dramma. trattasi di evento per celebrare il compleanno di famosa emittente televisiva che trasmette musica. il veliero è una roba di ottantacinque-metri-ottantacinque. tre ponti di legno metallo e lusso. quello della foto. non uno simile. quello. prevista pingue lista di cantanti, vip e pseudovip, veline e calendariette varie. video proiettati su oltre cinquecentometriquadri di vele, musica live con gruppo trip-hop. area massaggi in ambiente aromatizzato malva e lino. …malva? why, malva? perché lo sponsor è gigantesca marca di assorbenti. trattamenti shiatsu avvolto nel profumo di un salvaslip. brivido. io. gli amici, no. ghigne e prese per il culo. richiamo l’organizzazione che, nel frattempo, doveva farmi contattare dal creativo che si occupa della festa. rinnovo la mia richiesta: non vorrei lavorare su un lettino, mi spaccherei la schiena. posso portare il tatami? eh, non so. forse è scomodo, perché tutto il veliero sarà ricoperto da un prato. vero. … prato? mh… cazzo…
comunque mi sono già figurato l’evolversi della festa. non più carampane della genova bene, bensì sgallettate e discotecari pieni fino ai lobi delle recchie di sostanze alcooliche e additivi più o meno legali. già fare shiatsu di notte anche meglio di no. ma fare shiatsu a ventenni in botta mi vien male. comunque, dai, tutta esperienza.
la sera di sabato, finite le cinque ore di corso a cui sto facendo da assistente, vado a casa e mi preparo quella mezz’ora, tempo di uscire e andare alla barca. calcolo venti minuti per un percorso che, di solito, ne impiego dieci. illuso. ce ne vogliono quarantacinque. a spallate, calci e madonne staccate. i vicoli e l’expo’ sono un muro umano esaltato e bevuto. i vari adetti alla sicurezza non mi vogliono far passare dai corridoi transennati, perché non ho la targhettina “staff” al collo. nel frattempo inizia a piovere. riesco con mezzi di fortuna ad arrivare alla meta. piove più forte. salgo sul veliero e gli organizzatori mi accolgono entusiasti con sorrisi ampi e frasi gentili. mi stupisco anche un po’. me li aspettavo più sul tipo sbrigativo-bianconiglio (uh, com’è tardi! uh, com’è tardi! sbrigati! sbrigati!). mi presentano l’altro shiatsuka, V. e, inaspettatamente, vengo a contatto con un mondo-shiatsu che non avrei mai immaginato. lui lavora esclusivamente in questo genere di cose: cantanti, eventi, tour, feste. trattamenti lampo di dieci, quindici minuti. pianificati a tavolino. niente ascolto dei punti, tenere conto dello stato energetico della persona, lì e in quel momento, riequilibrare il chi. lui fa shiatsu funzionale. tratta i percorsi a seconda dell’effetto che vuole ottenere: far aprire bene polmoni e respirazione o dare una bella sveglia energetica. e funziona, per quello che è il suo lavoro e le aspettative dei suoi famosi clienti. e fa delle pressioni che sono pressioni serie. è il suo lavoro. il suo shiatsu. e va bene così.
intanto tlaloc, il dio della pioggia azteco, ci mette del suo con grande impegno. gli organizzatori smontano tutto quello che c’è sul ponte di coperta. pare che la festa salti. alla fine, dopo riunioni lampo documentate da telecamere varie, fanno sgombrare sottocoperta perché allestiscono lì. saliamo sul ponte di poppa, io e V. e aspettiamo, assieme ad altra gente. non conosco nessuno, tranne una tizia generosamente scollata, con due tette grosse come anatre, che mi ricorda qualcuno ma non riesco a ricordare chi. V., dopo aver parlottato con uno si avvicina e mi dice: pare che la santarelli non venga. io, ingenuo: a dire il vero, anche se venisse, mica la riconoscerei. so assai, io, la santarelli! la tizia deja-vu, scazzata: eh, a noi interessava se veniva! io penso: ‘azzo, carambola verbale! e dico: beh, abbi pazienza ma a me non cambia molto la vita… e lei, donna che sa lo starsìstem: vedi che se veniva ti interessava anche a te. io rabbrividisco dentro e dico: eh, che sarà mai! lei, spazientita, rinuncia con aria superiore. V, mi guarda e mi chiede: ma la conosci, quella? boh, non saprei, devo averla già vista da qualche parte, ma non so chi sia. è quella che ha vinto il ****** ******** qualche anno fa. a posto! ora capisco il condizionale presunto.
fatto sta che in tempo record ripiegano al coperto. l’erba non viene stesa come promesso. la festa inizia in un salone dal soffitto tipo due metri scarsi e un fronte sonoro che manco un concerto dei metallica. io sono a mio agio più o meno come trovarmi con l’uccello di fuori alla stazione principe nell’ora di punta. assisto allo stupro dei ponti in legno ad opera di tacchi a spillo. su una barca. e dire che sull’invito c’era scritto, niente tacchi. ma oh. se sapevano leggere non se li mettevano, no? mi guardo attorno con sguardo leggermente spaesato. tipo bambino-rapito-dagli-ufo. un tizio dell’organizzazione, che V. conosce molto bene, ci si avvicina e dice: dai, cambiatevi e andate in giro a massaggiare. io: ma dove, scusa? e lui: in giro. …in giro …mh… cazzo…
andiamo a cambiarci e rientriamo nel delirio vestiti come infermieri. individuiamo una panchinetta in mezzo al ponte. ci sono due buchetti liberi. V. chiama due ragazze che conosce e le fa sedere lì. tu massaggia dieci minuti lei e poi vedi che arriva gente. io inizio. gente ne arriva. addosso a me, ballando. più che altro. cerco di fare il meglio che posso, preso a gomitate un po’ ovunque. ma comunque, qualcosa faccio. di lì a poco, effettivamente, è tutto un “mi fai un massaggio?”, “uh, anche a me! anche a me!”. intanto, lì intorno girano telecamere e la tizia del reality col microfono che intervista alcuni di quelli che entrano alla festa. un gruppo di ragazzine urlettano all’ingresso di un tizio molto belloccio, molto ricciolo, molto lineamento deciso, molto attore di fiction. o tronista. o modello della calvin kline. sarcazzo. un paio di volte i fotografi si accaniscono su qualche ragazza che è seduta sulla panchina e che sto trattando. mah. guardo tutto questo e penso a francisco, un mio mentore, mentre propone il suo progetto di shiatsu alla junta del buen gubierno al caracol d’ovendik, di fronte a tre guerriglieri zapatisti col passamontagna. mi sento fuori luogo. e continuo a fare il mio lavoro, con la testa che scoppia per il volume assurdo. tutti mi ringraziano, finito il trattamentino di dieci minuti. belliiiiissimooooo, graaaazieeeee! leggo i labiali. non si sente un cazzo. non riesco a dare neppure un bigliettino da visita. pubblicità zero. orcoschifo.
di tanto in tanto passa T. il mio contatto per la festa, tutta preoccupata e gentile, a chiederci, almeno quattro volte, tutto bene? aveto bisogno di qualcosa? eh, tutto bene è una parolona. ma teniamo botta. e tiriamo le quattro del mattino. qualche minuto prima dell’ora prevista, mossi a pietà, ci dicono che possiamo andare. paga, ricevuta, arrivederci e grazie. e riesco ad elaborare alcune riflessioni senza troppe pretese, che mi accompagnano a casa e al secondo giorno di corso, che inizierà di lì a tre ore. la prima è che devo ancora lavorare duro sulla mia capacità, mentre faccio shiatsu, di estraniarmi dalle situazioni avverse. la seconda riguarda il concetto di “famoso” che abbiamo oggi. i 15 minuti di notorietà postulati da andy warhol dilatati n volte. momenti di gloria consumati tra le chiappe di giugno e le tette di settembre e destinati a scomparire alle prime tracce di cellulite. fama pret-a-porter, che dura da natale a santo stefano e di cui tra cinque anni nessuno si ricorderà più.
e poi pensavo al lavoro degli organizzatori. un mondo che non mi appartiene e che capisco poco, ma che mi ha colpito per l’enorme impiego di energie e per la professionalità dimostrata, il far sentire apprezzato e prezioso il lavoro di tutti con una forma di rispetto che mi piacerebbe vedere più spesso anche in ambiti lavorativi più usuali. e che, anche se alla fine il risultato mortifica di molto gli sforzi compiuti, fa mostrare comunque volti sorridenti e spendere parole di gratitudine per il lavoro svolto.
e, per almeno un mese, musica da camera. a volume molto, molto basso.

~ di G. su settembre 24, 2008.

5 Risposte to “Shiatsu estremo (tùnz-tùnz-tùnz-tù-tù-tùnz…)”

  1. Tatatatatata tatatatata…A-Ha!!!!

  2. uuuuhh… povero!!!

  3. ecco, si mormoravano cose vaghe su questa tua esperienza rimasta misteriosa e si immaginava il peggio, lo shiatsuka traumatizzato è un fatto increscioso. invece ci conforti con questo equilibrato bilancio del mondo dell’effimero: nell’album della memoria queste cose un po’ grottesche ci stanno bene, come i doccioni sulle cattedrali. Ma non ho capito: il prato c’era o no, alla fine?

  4. @ e.: cammineroooo, cammineroooo, sullaa tuastràdaa signoooor! (vinco io, mi sa… ) 🙂

    @ pace: ma neanche tanto, sai? è stata un’esperienza istruttiva, anzichenò…

    @ gufo: no, il prato non l’hanno messo. giaceva tutt’arrotolato sulla banchina, povero. comunque, sottoscrivo!!!

  5. Questo racconto me ne ricorda molto un’altro. Che ho letto di recente. Si trova in un libro di Chuck Palahniuk tutto pieno di personaggi dai nomi strani. Ogni personaggio racconta un racconto. In qualche caso più di uno. Madre Natura racconta della sua curiosa specializzazione. Fa i massaggi. Ai piedi. Il libro si chiama ‘Cavie’.

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