Amico in difficoltà

per quanto possa sembrarti strano, non prenderò le parti di nessuno. non ha senso chiederti se ti piace di più l’olio o l’uovo, quando parli della mayonnaise. è tutto mischiato, a volerlo o no. è un dato di fatto e i dati di fatto non hanno morale o giudizio. è così, e sarebbe utile accettarlo.
quello che volevo dirti è che raramente, per fortuna, ho partecipato ad un dolore così sordo e disperato. sordo di quella sordità che uno dice lucciole e l’altro capisce fiaschi. così ho pensato potesse essere utile spendere poche altre parole, un po’ più a mente fredda. per cercare di capire meglio.
tutti noi siamo il risultato, più o meno coerente, delle nostre storie. non quelle con la esse maiuscola. quelle di tutti i giorni. e tutti noi, mentre camminiamo per la nostra strada, accumuliamo cose. nè belle, nè brutte. cose, esperienze. a volte finiamo oppressi e schiacciati da quello che ci portiamo dietro. è lo zaino di merda. inteso in senso neutro. per dire un carico che, magari, ne possiamo anche fare a meno. almeno in parte. ogni tanto, tracima. ma non è che qualcuno abbia colpa o, meglio, ne sia la causa. sono cose che abbiamo raccolto per strada e che sono rimaste lì, a sedimentare. poi, sopra le cose che ci piacciono di meno, mettiamo quelle più belle, più lustre, più appaganti. che coprono, però. e non sostituiscono. giunti a questi punti non serve, credo, parlare di responsabilità, chiedersi chi ha colpa di cosa. serve trovare una via d’uscita. ci sono diverse strade: una è quella veloce. prendi lo zaino, stando attento a non rovistare troppo, e aggiungi, pressando bene sopra, roba nuova e bella pulita. la controindicazione di questa via è che, prima o poi, la roba vecchia, torna. se metti una camicia fresca di bucato in una valigia con dentro i calzini puzzolenti, poi puzza anche la camicia.
un altro modo è quello più lento. svuotare lo zaino, lavare i calzini sporchi e far posto a cose nuove, in un ambiente pulito e profumato. ci vuole tempo. e fatica. ma, dopo, le magliette non puzzeranno di calzini.
il rancore, la rabbia, la tristezza che ho visto ieri possono apparire come una maledizione. di sicuro fanno male. ma, a saperle vedere, sono una risorsa. di fronte a queste cose sta a noi scegliere che fare: subirle e lasciarci schiacciare, cercare di scappare o usarle.
subirle e farci schiacciare, credo che nessuno mai nella vita, vorrebbe.
cercare di scappare, serve poco. è tutta roba dentro di te. te la porti dietro. come scappare dalla propria ombra.
usarle significa considerarle una risorsa, un’opportunità per cercare di capire meglio ciò che siamo.
cerca di volerti bene. lavoraci sopra con pazienza. non farti abbacinare da invitanti miraggi. davvero. vedrai che, passato questo delirio, sarai più leggero e libero di viaggiare per la strada che tu, e solo tu, sceglierai. in modo consapevole e senza fardelli opprimenti. ecco, allora sarai un uomo felice.
l’effetto collaterale è che così, magari, succederà che le persone intorno a te soffrano di meno. e siano anch’esse libere e leggere. e possano scegliere la propria strada. valuta se il gioco possa valere la candela. putroppo ci sono delle forche caudine da passare. queste forche sono il tempo. che, però, nella prospettiva di una vita serena, forse, vale la pena attraversare.

due precisazioni. 
la prima: ho scritto un post e non una mail perché così sono sicuro che queste mie riflessioni restino e magari ti possano essere utili tra qualche giorno, quando un po’ di rancore si sarà attenuato e avrai voglia di leggerle, con i tempi che riterrai opportuni.
la seconda: ho deciso di chiudere i commenti a questo post. se vorrai, potrai rispondermi via mail. per ora ti abbraccio e ti auguro un buon cammino.

~ di G. su marzo 31, 2009.

 
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